IT10CR24      

AS (2010) CR 24
Versione provvisoria

SESSIONE ORDINARIA 2010

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(Terza parte)

ATTI

della ventiquattresima seduta

Mercoledì 23 giugno 2010, ore 15.00

DISCORSI PRONUNCIATI IN ITALIANO

Luce VOLONTE

(Doc. 12278, doc. 12282, doc. 12279)

Onorevole Presidente, onorevoli Oratori, onorevoli Colleghi, caro professor Touraine. Devo dire con una certa emozione che la Sua relazione è stata molto stimolante, almeno per me. Infatti apre un orizzonte di problemi e di riflessioni sui quali si può anche non essere d’accordo, ma certamente veri. Una democrazia rappresentativa, partecipativa, decisionale, dentro in un contesto in cui si è globalizzata l’economia e si è globalizzata anche la conoscenza, in un contesto in cui fino a vent’anni fa i governi che non decidevano seguendo il mercato, il neoliberalismo selvaggio, non erano popolari, e oggi invece, dentro questa crisi, i governi sembrano impacciati nel prendere delle decisioni efficaci, sia quando devono decidere per la propria nazione e soprattutto, quando devono decidere assieme. Neoliberalismo che non funziona quando non ha le regole di mercato. Davanti a crisi economiche mondiali, senza un insieme di soggetti che riescono a governare insieme questi fenomeni, qualsiasi regola, il neoliberalismo ed altre, non possono funzionare. Diventa un cavallo impazzito che macina persone, società ed economie.

Grazie per queste riflessioni e grazie per quelle che ha fatto anche recentemente a Roma in un seminario sulla democrazia e l’Europa nel Mediterraneo; la richiesta di prendere in mano e governare il futuro anche di questo continente. Ne terremo conto e sono per noi un grande elemento di ricchezza. Siamo partiti dalle riflessioni di questi rapporti – e La ringraziamo per il Suo punto – perché condividiamo le stesse preoccupazioni. Per la politica e per la democrazia. Le democrazie possono solo decrescere e alcuni dati nella relazione di Zingeris, del caro collega Gross e del relatore Daems cercano di dimostrare che questa preoccupazione per noi non è una cosa poco seria. E’ una cosa serissima perché vediamo che alcuni segnali di disaffezione, di impotenza dei nostri concittadini, di mancanza cioè di rendersi conto di come poter cambiare, prendere in mano il proprio destino, conciliare, come ha detto Lei, il proprio interesse, la propria libertà, la propria responsabilità ma l’orizzonte di un bene comune che – mi permetta di fare questo appunto – non è la mancanza di accettazione dell’altro, il respingimento delle minoranze, preoccupazione per la democrazia e per le strutture di governi nazionali che stentano a fare un passo davanti alla crisi internazionale, perciò accrescere la partecipazione con diversi strumenti.

Ne accenna alcuni Andrea Gross: dev’essere nello stesso tempo mettere assieme la decisione dell’esecutivo, ma anche il rispetto e l’aspetto dei rappresentanti del popolo che sono i parlamenti troppo spesso messi in un angolo e nello stesso tempo, l’astensione, segno di un’impotenza crescente. E nello stesso tempo ancora, le paure, le incertezze e alcuni strumenti che abbiamo indicato: l’idea dei difensori civici, l’idea di tornare assieme attraverso studenti partecipativi e una maggiore trasparenza nella politica a coinvolgere i nostri cittadini.

Avrei tante altre cose da dire e quattro minuti non me lo consentono. Voglio concludere per rispetto degli altri colleghi. Potremmo discutere sulla tirannia della maggioranza e forse talvolta, anche della minoranza. Potremmo discutere di un’altra cosa che dice – un’ultima parola la prendo dall’origine della relazione di Daems e cioè, la grande analisi all’esito del suo viaggio negli Stati Uniti: una società civile che cresce, cresce perché si associano tra di loro i cittadini e questo crea quell’humus di virtù civili che consente alla democrazia di essere tale. Cioè, ognuno prende sé come responsabilità, difende la propria libertà ma dentro un orizzonte di bene comune. Grazie, grazie ai relatori e grazie a Lei.

Pietro MARCENARO

(Doc. 12275)

Grazie, Signor Presidente. Quattro minuti: provo a affrontare quattro punti, un minuto ciascuno. Spesso siamo insoddisfatti di questo nostro lavoro, ci sembra troppo faticoso, troppo lento, i suoi risultati sembrano così incerti. Tuttavia penso che questo lavoro è un lavoro veramente importante e dovremmo convincerci che in questa epoca della velocità, questo è un posto dove le cose si fanno con gradualità, con lentezza e con fatica. E penso che tuttavia non c’è alternativa all’esportazione della democrazia attraverso la forza, quella pericolosa e tragica illusione che per un po’ di tempo ha attraversato il mondo.

Da questa discussione ricavo una convinzione che in questo nostro lavoro faticoso c’è una ragione di fondo: e questo, perché? Perché siamo abituati normalmente a pensare che esiste un diritto perché esiste qualcuno al quale possiamo rivolgerci per farlo rispettare. Ecco, nel quadro internazionale, questo oggi non è vero e questa è un’esigenza sempre più forte. Attraverso questo lavoro, attraverso il lavoro del monitoraggio, attraverso il dialogo e il cambiamento faticoso che questo lavoro induce attraverso la “moralsuation” che in questo modo la comunità internazionale esercita aiutando in questo modo lo sviluppo della democrazia in paesi dove questo è un processo molto contrastato, penso che si ottenga un risultato molto importante.

Se leggete il bilancio che nella sua relazione Dick Marty fa delle attività e delle conclusioni della commissione di monitoraggio, troverete una rassegna pressoché completa dei problemi che la democrazia incontra ancora in larga parte dell’Europa. I paesi di cui si parla sono in larga misura i paesi che sono usciti dalla dittatura: sono i paesi sottoposti a procedure di controllo, sono paesi di relativamente recente ingresso nel Consiglio d’Europa e lì troviamo intrecciate tutte le questioni: quelle che riguardano lo stato di diritto, dalla separazione dell’equilibrio dei poteri, all’imparzialità dell’amministrazione, all’indipendenza dei giudici, alla natura dei sistemi elettorali. E tutte queste questioni si tengono. Si tengono in una situazione difficile e nello sviluppo della democrazia in questi paesi, in fondo noi sappiamo che giochiamo la natura stessa del Consiglio d’Europa, la sua capacità di essere fedele non solo a parole e a principi che ne hanno ispirato la fondazione e l’azione.

Infine l’ultima cosa che vorrei dire: se le procedure di monitoraggio si esercitano fondamentalmente nei confronti dei paesi di nuovo ingresso nel Consiglio d’Europa, ci sono ormai questioni molto profonde che investono quelli che come li chiamava poco fa Dick Marty, consideriamo i “paesi di antica democrazia”, di democrazia storica. Ci sono tante sfide. Ne voglio ricordare solo una: fino a quando potremo pensare di vivere in paesi davvero democratici quando milioni di persone sono escluse dalla cittadinanza e dai diritti che questa comporta? In Italia oggi sono cinque milioni, ma quanti sono in Francia, quanti sono in Germania, quanti sono in Europa? Ecco, questo penso sia un problema che prima o poi o lo affronteremo o qualcuno ci costringerà ad affrontare se vorremo continuare ad usare il termine “democrazia”. Grazie.

Giacomo SANTINI

(Doc. 12275)

Grazie,Presidente. Abbiamo assistito ad un interessantissimo dibattito, sia adesso che nel dibattito precedente sulla situazione della democrazia in Europa e sull’influenza che su di essa hanno le varie crisi, quelle economiche, quelle sociali, culturali, ma anche episodi di terrorismo, di tensioni tra i partiti, di lotta personale fra i leader, scioperi, rovesci dei mercati e delle borse e così via. Tutto, alla fine dei conti, va a toccare la stabilità della democrazia perché è il contenitore di tutti gli elementi che interessano un popolo e una nazione.

Diceva Jean Monnet, illuminato cofondatore dell’Unione Europea, che l’Europa è cresciuta attraverso le sue crisi. Sicuramente la storia gli dà ragione visti i grandi progressi che il progetto comunitario ha fatto proprio attraverso una serie ininterrotta di crisi. La spiegazione è che se si è sempre trattato di crisi di settore, mai di crisi democratiche, per il solo fatto che il passo per raggiungere comuni istituzioni democratiche ancora in Europa non è stato fatto.

La democrazia europea non è andata in crisi perché non c’è. Ci sono le democrazie dei paesi membri e di quelli che fanno capo al Consiglio d’Europa e di cui si è occupato il nostro relatore e qui incominciano un po’ le note dolenti. Questo rapporto del collega Marty poteva essere liquidato anche come un passaggio formale e burocratico mentre, leggendolo bene, è la cartina di tornasole più credibile dello stato di salute della democrazia in Europa o per meglio dire, delle diverse patologie di cui soffre la democrazia in determinati paesi, quelli controllati, che si riconoscono nella famiglia del Consiglio d’Europa.

L’obiettivo annunciato era di verificare l’efficacia dei parlamenti in rapporto al ruolo dei partiti politici. Mentre abbiamo ascoltato dotte disquisizioni ora e in precedenza sull’essenza della democrazia, in questo dossier si legge che in molti partiti e in molti paesi la democrazia è un’utopia ancora lontana, un modello appena abbozzato, sul quale intervengono ed incidono tutte le possibili formazioni che la prepotenza dei partiti e l’ignoranza degli uomini possono produrre.

Al paragrafo 12 si legge un’affermazione vera: una opposizione forte, si dice, e attiva è utile per la democrazia. Ma l’opposizione va anche esercitata nelle forme e nei luoghi adatti. Per questo mi permetto di riprendere un passaggio che non ho potuto commentare direttamente nel precedente dibattito, un passaggio del rapporto Gross dove in diversi paragrafi vengono criticati in maniera decisamente feroce diversi leader europei ma anche con un tono e un linguaggio degno non di un documento ufficiale da proporre al voto in un’aula parlamentare ma piuttosto di un gossip di salotto.

Gli altri colleghi avranno modo di reagire alle critiche fatte ai loro leader. Io respingo quelle nei confronti del Presidente del consiglio italiano Silvio Berlusconi, frutto di esagerazioni che costituiscono il pane quotidiano, anzi, il sale quotidiano del confronto politico in Italia ma che non è corretto portare in questa aula. Quando si dice che Berlusconi blocca il sistema giudiziario, blocca le trasmissioni della RAI, ferma i giornali: sono chiaramente tutte situazioni esasperate.

Anche il soccorso che Gross chiede a Gianrico Rusconi, un politologo italiano che vive a Berlino. Io lo conosco benissimo, è uomo di parte partito, lascia il tempo che trova. Quello che dice vale un commento stampa di un partito dove dice che l’Italia è tutta fatta di mafia, di collusioni, di assenza di solidarietà, di razzismo, gente disaggregata e disorganizzata ma dove invito Rusconi a tornare in Italia e a confrontarsi con la realtà, sperando che abbia l’onestà intellettuale di riconoscere che la realtà è ben diversa da quella che ama dipingere, a meno che non sia in malafede. Anche questo è un dubbio legittimo.